mercoledì 23 luglio 2008

Più di una canzone, più di un inno, più di un terremoto, di più.

La notte si confonde con il mare
negli occhi la fatica dell'attesa
sognare via lontano un'altra vita
incontro all'orizzonte, al paradiso

L'antico forte appare tra le rocce
fantasma di un passato tormentato
memoria di catene mai spezzate
e di eterne schiavitù

Stringimi, lasciami Mama Africa, Africa
seguimi, chiamami Mama Africa, Africa

Donami la forza della lava
che ribolle nel tuo ventre violentato
perché possa riposare nel mio cuore
la rabbia che mi prende nel lasciarti andare via
che un giorno questa rabbia sia coraggio
sia radice e nuova linfa e resistenza
e maturi questa antica sofferenza
in rinata dignità

Stringimi, lasciami Mama Africa, Africa
Seguimi, chiamami Mama Africa, Africa

Modena City Ramblers

lunedì 21 luglio 2008

Bozzola. Avevo giurato di non rimetterci mano. Un giorno impareremo a usare le virgole.

Il pozzo della strega era quanto restava di un vecchio rudere. Prima di venire giù completamente era uno di quei luoghi capaci di innescare, nel tempo di uno sguardo, l'incanto sfrontato che fende le anime giovani. Lo fasciava per intero una magia combustibile, germogliata e fiorita con i rampicanti per un'infinità di stagioni attorno a centinaia di pietre e di anni affastellati, e di uomini e di storie. Reno ci arrivò con le caviglie massacrate dai baci delle ortiche ed un largo anticipo sulla mezzanotte pattuita. Acchiappò un refolo di passaggio e lo mandò giù con gusto: lassù l'aria era sempre molto più respirabile di quella che, salendo, si lasciava a valle. Tese l'orecchio al mezzo silenzio della notte d'altura, per abitudine, e perché gli gocciolò in testa la consapevolezza che quella era l'ultima volta. Sentì affiorare alla memoria la voce del vecchio Fubrio, seduto in veranda con la nonna, che raccontava per la milionesima volta la favola sulle migrazioni dei grilli ammutoliti. Dedicò a quel ricordo il suo miglior sorriso mesto, supponendo che il capo di filo di quel suo pensiero sull'aria fresca aveva da essere annodato in un luogo lontanissimo del passato. Da bambino si chiedeva spesso che forma potessero avere i pensieri, col tempo era arrivato alla conclusione che dovevano avere l'aspetto di fili, lunghi come pezzi di vita, con un capo legato ad uno scampolo di tempo e l'altro alla morte. Tutti i fili stanno nella testa e nella vita, e succede che si imbrogliano, si annodano, e qualche volta è pure utile pettinarli. Qualcuno è persino capace di usarli per tessere una storia, e non serve per questo un sarto abile, quel tanto che basta per attaccare bottoni. Insomma: una volta allacciato un filo te lo srotoli dietro per sempre, e così capita che quello qualche volta torni a fare capolino dalla matassa.Raccogliendo una pietra osservò, con un certo disturbo, che era grande e pesante quasi come la manaccia di suo padre. Pestò i tre colpi di rito sopra il masso ancora tiepido, si sa mai che a qualche serpente salta in testa la stravaganza di uscirsene a prendere l'aria fresca, pure lui. Attese ancora un po' prima di sedersi, gettò a terra il suo sacco e fu quel tonfo da panico a suggerirgli di guardare un po' intorno, tanto per accertarsi di essere solo. Perlustrò la zona con lo sguardo. A dirla tutta poi, aveva immaginato il momento molto più buio. Quella notte invece una luna curiosa spiava da vicino, col suo faccione lattescente che pareva spiaccicato contro l'atmosfera terrestre come, sul vetro di una finestra, il nasino di un bimbo che aspetta il bel tempo. La povera collina, così illuminata, sembrava la testa pallida di un vecchio in rotta per la calvizie. Un paio di mesi prima era stata divorata dalle fiamme appiccate da qualche criminale, e del gregge verde che l'aveva popolata per decenni non rimaneva che una schiera esanime di spoglie d'albero carbonizzate. Osservandola ebbe, come spesso gli capitava, la triste sensazione di appartenere ad una razza bislacca di bestie ottuse, sensazione che lo raggiungeva solitamente come una pedata sui denti, ma non quella notte. A schermarlo da tutte le pedate del mondo bastava l'idea che, di lì a poco, sarebbe saltato su un furgone meravigliosamente rumoreggiante, e addio. Oriente... Chissà... Oriente...Solo una parola calda e profumata, mistero di fiore chiuso, rosso negli occhi del toro, sabbia e lingue di fuoco in caduta libera da un cielo traboccante di bagliori. A pronunciarla sentiva una sfera d'aria fulgida e levigata vincergli le labbra, accarezzare la lingua e scivolare lungo il respiro fino a piombare sul fondo e rimbalzare su, trasformata in un gemito di euforia.

Parole che ora parlano di più

"Io capisco che esistono due tipi diversi di amore. C'è l'amore che dura per sempre. L'amore del matrimonio coi figli che crescono e si fanno la varicella e la scarlattina, con la vacanza al mare con la roulotte e il mutuo agevolato per la casa. E poi c'è l'amore che è una cosa di un attimo. E' come quando casca una stella cadente, che pure se sei uno scienziato che studia lo spazio pure tu esprimi il desiderio. Per quell'attimo che casca la stella, non ti metti a fare le teorie sulle stelle spaziali. Davanti a quella stella pensi al tuo desiderio come quando eri ragazzino. E io capisco che l'amore mio e di Marinella è proprio di questo tipo, l'amore di un attimo. Capisco che prima che Marinella smette di ridere io gli devo chiedere una cosa. Una soltanto in questo nostro amore che dura un secondo. Devo chiederlo prima che smette di ridere sennò l'amore mio sarà infranto per sempre, la stella cadente sarà già cascata.


Gli chiedo se "ti posso leccare? nuda... ti posso leccare?"

A. Celestini, La pecora nera, Einaudi, Torino 2006.

Vieni insieme a me stasera, Stella della Strada.

Guardami la notte intera, tienimi a bada.

E ascolta questa nota stonata, come batte nel cuore.

Senti Stella della Strada, questa musica, questo dolore.

Raccogli i bicchieri e i pensieri, e i vestiti sul pavimento,

raccogli l'amore di ieri e buttalo via nel vento.

È ghiaccio se lo tocchi da fuori ma è fuoco che scotta dentro,

è ghiaccio se lo tocchi da fuori ma è fuoco che brucia e non è ancora spento.

Vieni insieme a me stasera, dimentica il mio nome,

saremo i pezzi di una storia vera o di una canzone.

C'è una luna che sale ai tuoi piedi, Venere sta crescendo.

La 'Santabarbara' del tuo cuore, lentamente, sta esplodendo.

Raccogli le perle e la pioggia e l'innocenza del pavimento,

raccogline l'ultima goccia e buttala via nel tempo.

Francesco De Gregori

Dans l'eau de la claire fontaine

Elle se baignait toute nue

Une saute de vent soudaine

Jeta ses habits dans les nues

En détresse, elle me fit signe

Pour la vêtir, d'aller chercher

Des monceaux de feuilles de vigne

Fleurs de lis ou fleurs d'oranger

Avec des pétales de roses

Un bout de corsage lui fis

La belle n'était pas bien grosse

Une seule rose a suffi

Avec le pampre de la vigne

Un bout de cotillon lui fis

Mais la belle était si petite

Qu'une seule feuille a suffi

Elle me tendit ses bras, ses lèvres

Comme pour me remercier

Je les pris avec tant de fièvre

Qu'ell' fut toute déshabillée

Le jeu dut plaire à l'ingénue

Car, à la fontaine souvent

Ell' s'alla baigner toute nue

En priant Dieu qu'il fit du vent

Qu'il fit du vent...

Georges Brassens

Vorrei tanto tirare fuori da tutto questo casino mentale un post che abbia quantomeno uno straccio di senso compiuto.

C'ERA UNA VOLTA

Un simpatico figuro con una discreta faccina di cazzo
che si avvicinò alla sottoscritta un dì
in un noto angolo ricreativo di questa nostra ambigua cittadina
che amo nonostante sia una trappola per giovani topolini
e gira che ti rigira prima o poi incontri lo stesso musetto peloso
che avresti preferito evitare di incrociare per valide ragioni.
Il simpatico personaggio avvertì come...
...non so, un moto di insoddisfazione, forse...
nel vedere il bersaglio più amato dei suoi trascorsi birichini
sorridere felice e contare in pace le bollicine nella sua bionda.
Si avvicinò allora sorridente al sottoscritto zimbello
e senza troppi complimenti e senza perdere tempo in convenevoli
svelò l'effettivo scopo della sua (repellente) idea di comunicare verbalmente
ovvero
fare discorsi imbecilli sull'inutilità di questo
Mio Sacrosanto Spazio Di Scrittura
nonché imbrodare il
Suo (Sacrosanto Pure Quello, E Ci Mancherebbe)
di un lungo e direi anche
austero, o meglio
ridicolo, o meglio
grottesco
elogio a proposito della sua utilità sociale.
E senza dilungarmi a ciò commentare
vissero per sempre nemici e contenti.

martedì 24 giugno 2008

soffi

ah, insomma. Si dice che i miei compiti in questa vita abbiano a che fare con la ricerca del contenuto, della verità delle cose, della materia del mondo. Si dice anche che dovrei imparare il senso del gruppo, imparare a gestire la presenza che sono per gli altri e prendere bene le misure per le distanze. Buono a sapersi.

Mentre mi addormentavo, ieri notte, ho provato una sensazione strana, poi mi ha raggiunta un'immagine molto piacevole. Pensavo a lui come si pensa ad un qualunque amore. Mi ha seguito di passo felpato nel dormiveglia ed il pensiero è diventato corpo. Un peso sulla pelle, una pressione sempre più forte, sempre più dolce. La sua figura negli occhi, mi sono sentita sabbia. Sabbia che incontra il mare, sotto il peso del suo corpo, e si consuma e lentamente accoglie e avvolge ad ogni nuovo infrangersi di onda. L'ho visto disteso sulla riva al tramonto e fuggivo e tornavo in miliardi di granelli portati dall'acqua, modellando dentro di me la sua sagoma.

giovedì 12 giugno 2008

Ma a cosa stavo pensando?

Ho ritrovato seppellito in una cartella questo frammento di non so cosa.
Ricordo di averlo scritto forse più di un anno fa ma non riesco proprio a capire cosa mi passava nella testa, che volevo dire. Mi fa tanto ridere questo fatto, è strano. Ma è anche una doccia fredda. E' una benedizione. Come se leggessi qualcosa di mio con gli occhi di qualcun altro. Illuminante. Non ci si capisce niente se scrivo così. Ora lo so. Fantastico.
Eccolo...

Bosco Mi ritiro, non partecipo più.
ricordati i pochi occhi del desiderio
Suadente invisibile imposto solo come sollievo
Al Vuoto di vino e di nulla antico come le stelle
Dentro manuali senza perché
Giurami di sciogliere la maledizione
Lega il volere di chi non deve
Piegare le spalle e tendere le mani
Al caso, ai figli, alla povertà.
Recupera la forza che scivola nel vuoto bianco
Sotto il cielo dell’aquario
Sopra il freddo della fama
Giurami di conservare dentro il calore delle tue mani
Un posto come quello che ti costruisco nel grembo
Attento a non calpestare l’infinito che parla.
L’unica cosa che si muoveva.
Erano gli sguardi di chi si fermava.
Hai un maestro bambino
E se glielo chiedi
Ti risponderà
Che avevano gli occhi così tra cento anni.